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La grande schifezza

Sul Corriere della Sera di ieri è uscito un gran bell’articolo, scritto da Ernesto Galli della Loggia. Fa sempre piacere leggere “il Prof.” col quale ebbi modo di discutere sulla figura di Garibaldi in sede di esame universitario (correva l’anno 2000), spesso non mi trovo d’accordo, ma stavolta sì. E’ un bene che una firma così illustre si sia voluta occupare di centri storici e turismo, un tema a noi molto caro sul quale più volte abbiamo lanciato appelli, esternato considerazioni, rivolto critiche e speranze. Il pezzo di Galli della Loggia esprime una serie di valutazioni assolutamente condivisibili oltre che illuminanti: mi sembra giusto riportarne qui sotto l’intero testo, sottolineando in neretto alcuni punti che ritengo cruciali.

 

A chi appartengono Firenze, Roma, Venezia, i grandi luoghi della bellezza italiana? A chi anche quelli meno noti, i tanti borghi sparsi nella Penisola, per esempio quelle autentiche gemme dell’Umbria che sono Bevagna e Montefalco? Chi ha titolo a decidere del loro destino? si chiede inevitabilmente chi oggi visita questi luoghi . Se lo chiede davanti allo spettacolo dello scempio che se ne sta facendo. Lasciamo perdere la calca soffocante dei turisti italiani e stranieri che si aggirano di continuo in un paesaggio urbano in genere concepito per la ventesima parte di quelli che oggi vi aggirano.

Lasciamo perdere dunque le gimkane tra le gambe della gente sdraiata come se nulla fosse in mezzo alla strada, o il percorso continuo a zig zag cui si è costretti per evitare di essere travolti da gruppi di turisti procedenti come rulli compressori con gli occhi fissi sul segnacolo brandito dalla loro guida, e lasciamo perdere pure gli assalti ai mezzi pubblici, o le pipì in mezzo alla strada e i tuffi nei canali delle cronache di questa estate. Ma quello che non si può lasciar perdere è lo stupro dei luoghi, lo stravolgimento dell’ambiente fino alla sua virtuale cancellazione. Tutto quello che il passato aveva fin qui prodotto – botteghe, commerci, edicole, angoli appartati , dignitosi negozi – tutto o quasi sta per scomparire o è già scomparso.

Al suo posto minimarket, rivendite di cianfrusaglie orribili spacciate per souvenirs, losche hostarie con cibi congelati, caldarrostai bengalesi in pieno luglio, miriadi di bugigattoli per pizze a taglio, pub improbabili, sedie e tavolini straripanti fino alla metà della strada e presidiati da petulanti «buttadentro», gelaterie in ogni anfratto. Per non dire dello stuolo infinito di rivenditori extracomunitari di merci false, delle mille insegne in un inglese «de noantri», della marea di Bed & Breakfast spuntati dovunque come funghi. Non chiudiamo gli occhi di fronte alla realtà: i centri storici (e non solo loro) delle più belle città italiane e molte delle località cosiddette minori sono ridotti a questa informe poltiglia turistico- commerciale. Un cinico sfruttamento affaristico si sta mangiando ogni giorno un pezzo del nostro passato, del nostro Paese, un pezzo di quella «grande bellezza» di cui pure ama riempirsi la bocca la sempiterna retorica della chiacchiera politica.

Di tutto quanto ho detto conosciamo i responsabili. Sono per la massima parte i poteri locali, le amministrazioni comunali, gli assessori e i sindaci. Questi ultimi soprattutto, per la loro funzione di guide e di responsabili politici ultimi. Sono i Comuni infatti che rilasciano le licenze commerciali, che autorizzano il cambiamento della destinazione d’uso dei locali, che emanano le regole circa l’arredo urbano. Sono essi infine che dispongono della polizia locale la quale — anche su ciò è ora di dire una parola di verità — specie nei grandi centri da Roma in giù rappresenta uno dei tanti aspetti scandalosi di questo Paese, essendo quel ricettacolo che essa abitualmente è di clientele politiche e di assenteismo, esempio di una conclamata approssimazione professionale quando non di peggio. E’ la polizia urbana agli ordini dei sindaci che non controlla nulla, non è mai presente, lascia correre, fa finta di non vedere.

Il fatto è che i sindaci hanno un interesse preciso a fare andare le cose nel modo in cui vanno. Si chiama democrazia. Non la democrazia come ideale , beninteso, al quale siamo tutti devoti, ma la democrazia come realtà. Cioè come suffragio elettorale, come necessità di ottenere e mantenere il consenso degli elettori. Al pari di ogni altro politico l’interesse primo di ogni sindaco è quello di essere rieletto (è vero che non possono esserlo più di una volta nelle località al di sopra dei 15mila abitanti, ma un sindaco che anche dopo due mandati consegna la propria amministrazione agli avversari non ha certo delle buone credenziali per vedersi candidato ad altri incarichi); egli dunque non deve assolutamente dispiacere ai propri elettori. Soprattutto là dove il turismo è una risorsa essenziale ciò significa non dispiacere alle categorie che vivono più o meno direttamente del turismo: ai commercianti, agli albergatori, ai ristoratori, ai tassisti, ma anche alla connessa proprietà edilizia e a tutta la pletora di «abusivi» che ruota intorno all’organizzazione dell’ospitalità ( tipo i finti «centurioni» o gli autobus-chiosco diffusi a Roma). Tutti segmenti sociali, quelli appena detti, abituati a organizzare in modo ferreo il proprio voto amministrativo e ad allocarlo su chi promette di non impedire loro di continuare a sfruttare strade, piazze e monumenti per il proprio esclusivo interesse. Nove volte su dieci determinandone così la vittoria .

Ma se dunque la «grande bellezza» italiana è la vittima predestinata del meccanismo del consenso elettorale a livello locale, è davvero così antidemocratico pensare di neutralizzare un tale meccanismo? Pensare ad esempio di dare al Ministero dei Beni culturali , attraverso i suoi organi periferici quali le Soprintendenze, la facoltà di porre il veto su un certo numero di atti amministrativi concernenti le materie di cui si è discorso sopra? E’ davvero antidemocratico , ricorrendo certe condizioni (tasso di assenteismo, numero di procedimenti disciplinari e giudiziari a carico dei loro componenti) pensare ad esempio di mettere le polizie locali agli ordini di un ufficiale dei Carabinieri temporaneamente distaccato in aspettativa dall’Arma? Il fatto è che in società dal fragile spirito civico come la nostra, abitate da interessi privati furiosamente indisciplinati, la pedissequa applicazione del suffragio elettorale può spesso risolversi in un danno reale e grave inferto proprio ai valori sostanziali, al bene comune, per la cui difesa la democrazia è stata pensata. Classi politiche degne di questo nome, le quali non si lasciassero intimidire dalle parole ma guardassero ai fatti, dovrebbero convincersene e agire di conseguenza.

Dal pezzo di Galli Della Loggia vorrei far emergere tre elementi.

Il primo è che esso è valido come premonizione – intuizione, nonchè come avvertimento. E’ verissimo che da noi, nei nostri centri storici, la situazione è ben lontana da quella riferita dall’editorialista che ha sotto gli occhi esempi più “avanzati” come Venezia o Roma; è però vero che a certi risultati (proprio perchè “avanzati”) si arriva progressivamente con un percorso degenerativo i cui segni premonitori, in parte (fortunatamente minima), esistono anche da noi. Pensarci e intervenire subito per sterzare e prevenire è consigliabilissimo.

Il secondo è che l’autore coglie il dilagare di una mentalità sbagliata che sempre più diviene sentire comune e tende così a diventare legge. Tale mentalità interpreta in modo errato e dannoso sia il ruolo del turismo (ridotto a mero mezzo di guadagno economico per una ristretta parte di soggetti), sia le metodologie di “sfruttamento” delle bellezze di un centro storico (predonistiche, pacchiane e senza rispetto del luogo in cui ci si colloca) sia il ruolo degli amministratori locali (ridotti a promoter porta-gente al servizio del borsello di altri).

Mi arrogo il merito di aver detto cose simili in questo editoriale risalente al Dicembre 2015 in cui avevo elencato tre falsi miti che condizionano le scelte e ci portano totalmente fuori strada

Il primo mito è che il valore di chi amministra un Comune sia direttamente proporzionale al numero di persone che frequentano la città o il paese da lui ‘guidato’. Da qui discendono le grottesche gare fotografiche (città piene…città vuote…) tipiche di Facebook, oggetto pure di recente scherno satirico

Il secondo mito è che se c’è gente allora ci sono soldi. Dipende, in realtà, dal tipo di gente.

Il terzo mito è quello secondo cui sia dovere di un amministratore alimentare l’economia cittadina ‘portando gente’ e quindi ‘portando soldi’. In realtà le responsabilità sono tante altre, molto più complesse e si rischia di passare le giornate a discutere di stupidaggini

Per questo quindi è l’elemento finale, il terzo, a risultarmi interessante. Quando un amministratore non è in grado di svolgere in modo saggio e responsabile il suo ruolo è bene che, piuttosto che lasciare un paese alla mercè del più bieco affarismo predatore, ci sia qualcuno esterno che venga a far rispettare almeno le regole elementari. Perchè amministrare ha ben altro significato rispetto a quello che qualche sprovveduto Sindaco o Assessore può attribuirgli e anche il turismo dovrebbe essere altra cosa. Se così non è esiste un Ministero, esistono le forze dell’ordine, esistono le Soprintendenze

Michele Lupetti

Colui che nel lontano 2006 ideò tutto questo. Fondatore e proprietario di ValdichianaOggi, dopo gli inizi col blog "Il Pollo della Valdichiana". Oltre a dispensare opinioni sulle cose locali è Beatlesiano da sempre (corrente-Paul Mc Cartney), coltiva strane passioni cinematografiche e musicali mescolando Hitchcock con La Corazzata Potemkin, Nadav Guedj con i Kraftwerk. I suoi veri eroi, però, sono Franco Gasparri, Tomas Milian, Maurizio Merli, Umberto Lenzi... volti di un'epoca in cui sarebbe stato decisamente più di moda: gli anni '70

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  • Concordo su questa mercificazione della bellezza che sta avvenendo nelle grandi città ma purtroppo le amministrazioni comunali possono fare ben poco perché non hanno il potere di entrare nel merito di cosa vende il negozio, il compito degli uffici comunali è quello di verificare che tutte le norme siano rispettate ma se ciò accade, non può impedire ad un cittadino di aprire una paninoteca di fronte la fontana di Trevi. Un sindaco al massimo può sindacare sui colori dell'insegna o dei tavolini, può controllare che gli spazi concessi siano rispettati ma non può decidere il menu

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Michele Lupetti

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