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Michele Lupetti

Michele Lupetti

Colui che nel lontano 2006 ideò tutto questo. Beatlesiano da sempre (corrente-Paul Mc Cartney) coltiva strane passioni cinematografiche e musicali mescolando Hitchcock con La Corazzata Potemkin, Nadav Guedj con i Kraftwerk. I suoi veri eroi, però, sono Franco Gasparri, Tomas Milian, Maurizio Merli, Umberto Lenzi... volti di un'epoca in cui sarebbe stato decisamente più di moda: gli anni '70

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  • Luca Russi

    Qualche riflessione sulla crisi del tessile con riferimento alla vicenda della Cantarelli, che sta tenendo col fiato sospeso 270 famiglie nell’ aretino.
    Aspettando le decisioni del Tribunale di Arezzo che il 22 ottobre si pronuncerà nuovamente dopo il no alla proposta di concordato che sembra rafforzare l’ ipotesi che sull’ azienda incomba lo spettro dell’ amministrazione straordinaria, scende in campo la politica locale, con il consueto corredo di espressioni di solidarietà e auspici vari, conditi da apprezzamenti per i nuovi assetti interni, che manco a dirlo, prospettano la definitiva chiusura di interi stabilimenti (Rigutino) e sostanziose riduzioni di personale.
    in un quadro del genere, in cui purtroppo nemmeno la qualità del prodotto e quella delle maestranze sembrano essere determinanti, invece di constatare che anche l’ “ingegneria genetica aziendale” delle new-company nulla può di fronte al pesante passivo dell’ azienda che spaventa i possibili nuovi acquirenti (gli ultimi, immancabilmente stranieri, si sono defilati non più di qualche mese fa), il sindaco Basanieri non trova di meglio da fare che accogliere con espressioni di giubilo “l’ uscita dal torpore della politica locale”.
    Chiacchiere che come al solito lasciano il tempo che trovano, così come i rinnovati propositi di “collaborazione tra le parti politiche” e la richiesta di un Consiglio Provinciale speciale sul tema, al grido di “facciamo sistema”, vuota formula retorica che nasconde sempre peggio l’ impotenza di chi propone questo tipo di “soluzioni”.
    Cerchiamo invece di allargare un po’ il quadro, dal particolare al generale:
    da un settore cruciale per la nostra Provincia per rilevanza di occupati ed esportazioni, un settore tradizionale ad alta intensità di lavoro e poca tecnologia quale è il tessile, appunto, ai fattori macroeconomici della sua crisi, per arrivare infine a quelli politico-istituzionali e perfino giuridici che ne sono alla base.
    Nel settore della manifattura tessile italiana, in cui i segnali di crisi incominciavano a farsi sentire già dagli Anni Novanta, nell’ ultimo quinquennio si è accelerata la contrazione dei volumi di attività: sia il fatturato, sia il valore aggiunto si sono ridotti sensibilmente, mentre il margine operativo lordo ha registrato un calo del 45 per cento solo nel triennio 2009-2011 (prima dello scoppio della crisi vera), dati ISTAT.
    Quali sono le possibili cause? Innanzitutto, certamente i fattori macroeconomici: primo fra tutti il fatto che la manifattura tradizionale del “made in Italy” sia caratterizzata da una forte componente di domanda estera. Infatti, anche se è vero che l’ export nel suo complesso continua a tenere, la domanda dai mercati esteri ha rallentato bruscamente nell’ ultimo periodo della crisi.
    I consumi interni, dal canto loro, continuano a calare (-4% nel 2014), e l’ occupazione a contrarsi.

    A questo punto dovrebbe essere chiaro a tutti che se si vuole tornare davvero a “fare sistema”, bisogna andare a cercare altrove:
    la politica locale non c’entra, e ovviamente gli enti locali non hanno ne’ gli strumenti finanziari ne’ le competenze per agire sui macrosistemi, non fosse altro per il fatto che, con tutta evidenza, si tratta di questioni che vanno ben al di là dell’ ambito locale, riguardando piuttosto innanzitutto la situazione generale del sistema-Paese.
    Alla fine, per non cadere nell’ opposta retorica dello Stato che non tutela i lavoratori e delle banche che non danno credito, senza cercare di capire PERCHE’ avvenga tutto ciò, sarà bene passare rapidamente in rassegna la situazione dei principali soggetti che agiscono sul territorio, vale a dire:
    le amministrazioni pubbliche, gli istituti di credito, e, naturalmente, le aziende.

    L’ Italia, come sanno tutti, è legata a livello di Unione Europea a parametri di spesa pubblica rigidissimi che vincolano tramite il Patto di Stabilità anche gli enti locali, sempre più stretti tra i tagli dei trasferimenti provenienti dallo Stato centrale e la necessità di far quadrare lo stesso i conti.
    Questo insieme di regole che contrasta fortemente con le esigenze della programmazione di Comuni e Province, assoggetta gli amministratori locali ad una serie di controlli che ne limitano fortemente i margini di manovra, e mina alla base ogni possibilità di mettere in campo risorse significative per sostenere in maniera efficace le aziende presenti sul territorio.

    Le banche, per parte loro, sono anch’ esse in affanno, essendo esposte come sanno tutti a sofferenze per decine e decine di miliardi a livello nazionale.
    Il recente caso di Banca Etruria ci dice che Arezzo non fa eccezione in questo senso, ma, al di là della contingenza e delle vicende particolari, a livello generale andrebbe sempre tenuto presente che questi enti sono per definizione istituti “di credito” e non di “beneficenza”, e prestano denaro quando l’ economia va bene, ma chiudono il rubinetto del credito quando il ciclo è negativo, quando cioè temono con buoni margini di ragionevolezza che quei soldi non torneranno indietro se non in parte e con sempre maggiori difficoltà da parte delle aziende.

    Infine, le imprese: come dicevamo, quelle medie e piccole sono in evidente difficoltà sul fronte del mercato interno a causa del crollo di salari e stipendi, motivo principale della sempre minor propensione delle famiglie italiane a metter mano al portafogli per acquistare ciò che da esse viene prodotto.
    Ma, anche quando si faccia il caso di aziende diversamente strutturate la cui produzione sia prevalentemente orientata verso mercati con maggiori capacità d’ acquisto (export), esse, al pari delle altre, sono in ogni caso strozzate da un carico fiscale sempre più difficilmente sostenibile, per cui, eccezion fatta per casi particolari o per gli exploit positivi di questo o quel settore maggiormente dinamico rispetto ad altri che per amor di verità è doveroso menzionare, in generale rispetto ai numeri di quattro o cinque anni fa, segnano anch’ esse il passo, o quantomeno non possono dispiegare a pieno le loro potenzialità.

    E allora, che fare?

    Allora la soluzione dei problemi di Arezzo va cercata a monte, uscendo dall’ ambito locale.
    Il nostro Paese è precipitato in una crisi gravissima che non è solo di natura economica, e dalla quale non riesce più ad uscire perché è stato privato dello strumento principale con cui, storicamente, si sono sempre affrontati i problemi di governo del territorio: la SOVRANITA’ dello Stato.

    Senza di essa, non si potranno adottare le MISURE indispensabili al superamento della crisi economica.

    Quali sono queste misure, le più urgenti, quelle non più procrastinabili pena la distruzione del tessuto economico, produttivo e sociale del Paese?

    1) il drastico TAGLIO delle TASSE ad aziende e cittadini, che rimetterebbe in moto l’ economia e porrebbe finalmente un freno alla micidiale spirale di deflazione e depressione economica;

    2) la FINE DELLE POLITICHE di TAGLI indiscriminati alla spesa pubblica (e alle finanze degli enti locali), che lungi dal porre un argine alle inefficienze e agli sprechi della P.A., si traducono sempre e soltanto in tagli ai servizi dei cittadini e tarpano le ali in partenza a qualsiasi buona intenzione di “fare sistema” a livello territoriale.

    Ma queste misure, per le ragioni che ho portato prima (Patto di Stabilità, tetto al deficit, pareggio di bilancio in Costituzione etc.), potranno essere adottate SOLO in seguito alla ROTTURA dell’ attuale ordine politico-giuridico dell’ UE, che è un consesso di Stati che ha adottato un sistema di regole comuni (i Trattati UE) che non ha nulla a che vedere con il modello di disciplina economica e con il rispetto dei valori e degli interessi che dovrebbero essere tutelati dalla Costituzione della nostra Repubblica.
    Ecco qualche esempio di questa totale incompatibilità tra la nostra Costituzione e le “regole europee”, con riferimento agli argomenti oggetto della presente riflessione.

    Per quanto riguarda la tutela dei settori presi in esame, basti pensare agli articoli 37 e 45:
    “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni”, “aiuta la piccola e media proprietà”, “provvede alla tutela e allo sviluppo dell’ artigianato”;
    l’ Unione Europea, di contro, impone la deflazione salariale e la precarietà come unici strumenti per aumentare la “produttività” e reggere la competizione internazionale, spinge verso le liberalizzazioni selvagge a vantaggio del grande capitale, e penalizza i piccoli esercizi commerciali.
    O ancora: “La Repubblica […] disciplina, coordina e controlla l’ esercizio del credito”, mentre l’ UE impone una disciplina creditizia che sancisce di fatto l’ impossibilità per lo Stato di agire per far sì che le banche tornino a sostenere l’ economia reale utilizzando il denaro a loro disposizione per fare credito a cittadini ed aziende, con pesanti ricadute a livello territoriale.

    Se non si avrà il coraggio di prendere atto di tutto ciò, il nostro Paese non sarà in grado di risalire la china, e non torneremo mai in condizione di poter avviare un massiccio programma di trasferimenti di risorse dallo Stato centrale ai territori, mirato a sostenere in particolare le realtà e i settori maggiormente colpiti dalla crisi.
    Solo attraverso la presa di coscienza di questo insanabile contrasto tra la nostra Costituzione e i Trattati europei da parte delle future classi dirigenti del Paese, i governi locali potranno tornare ad esercitare la propria voce, riportando al centro quei territori che questo stato di cose sta emarginando da processi decisionali sempre più calati dall’ alto, con ulteriori preoccupanti ripercussioni su un sistema democratico sempre meno partecipativo.
    Luca Russi, ARS (Associazione Riconquistare la Sovranità)
    ars.regionetoscana@gmail.com
    http://www.riconquistarelasovranita.it/

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